[Storie di #voltidipietra] Armidda

Oggi è andata così. Io e Arya non ci siamo coordinate bene nei movimenti e ora passerò il mio pomeriggio ferma con il ginocchio a riposo.
È la scusa giusta per raccontarvi la storia di Armidda, seduta lì in fondo al vialetto a fare da guardiana alla casa.

Armidda scultura volti di pietra

Armidda – Oltre il mare

I capelli lunghi e neri le coprivano le spalle. A coprire loro, un ricamo bianco senza fine. Il velo della sposa era lungo e a tenerlo fermo sotto al mento c’erano due spilli, come le aveva insegnato sua nonna. Armidda l’aveva sempre pensato così, quel giorno, con suo padre a braccetto e sua madre a piangere e sapeva che, da grande, anche lei si sarebbe sposata come sua sorella. Juanna, Giovannina, era la più grande delle tre e Armidda, nata per sbaglio molti anni dopo, chiudeva la fila con un corpo ancora informe e sogni da bambina.

Chiunque sia passato per il paese, anni fa, l’ha sicuramente vista con Nico, solo un anno più di lei e due piedi che l’avrebbero portato ovunque. Il suo sogno era vedere oltre il mare, che a dire il vero anche il mare non l’aveva mica mai visto. Insieme tiravano i pomeriggi dopo la scuola fino a sera, andando dal fiume all’albero sulla collina e poi giù fino al muretto di pietra che segnava il confine del paese.
Uno dei loro posti preferiti era la chiesetta di San Pietro, una piccola costruzione di pietra e cemento immersa nella campagna, con una facciata grande poco più di un fazzoletto e delle panche lì di fronte dove potersi stendere a guardare il cielo. La aprivano solo durante la festa del patrono, una giornata fatta per ridere e ballare a braccetto e bere le prime dita di vino. Ma prima di tutto questo c’era la processione, dal paese fino a lì, su per le curve polverose che risalivano verso il bosco e, proseguendole fino alla fine, portavano alle pendici del monte. I maschi da una parte e le donne dall’altra, i bambini davanti col costume, in ordine di età fino ad arrivare a loro, Armidda e Nico, che sotto quel gilet e quel corsetto mantenevano una compostezza che non gli apparteneva e si sentivano già quasi adulti.
In realtà erano ancora bambini e, in quei passi silenziosi, ci vedevano una magia che poco aveva a che spartire con la preghiera. Era il preludio della festa, il pegno da pagare prima di potersi rincorrere attorno ai tavoli e provare ad abbracciare le querce tendendo le mani e aiutare a portare i taglieri di carne arrostita.

Era il momento più bello dell’anno, la festa di San Pietro, che segnava l’inizio dell’estate e apriva il tempo delle serate tiepide e dei giochi fino a tardi. Con gli anni, quei giochi sono diventati passeggiate nel bosco e segreti mai confessati. Nico e Armidda, cresciuti fianco a fianco, sognavano assieme il resto del mondo e passavano le estati a progettare il loro primo viaggio fuori dal paese. La prima volta che ne parlarono, fu lei a domandarsi come fosse la terra al di là del mare. Se, al loro arrivo, ci sarebbero state le stesse piante, gli stessi colori, lo stesso profumo di timo selvatico. Non sapevano a chi chiedere, nessuno era mai tornato dopo essere andato via, così continuarono anno dopo anno a legare le fantasie con gli steli di grano maturo, lasciandole seccare al sole e conservandole al caldo per tutto l’inverno.

Un anno, ormai quasi maggiorenni, si ritrovarono fianco a fianco durante la processione del patrono. Entrambi con gli occhi pieni di novità, da tenere in sospeso fino all’arrivo davanti alla chiesetta di campagna. Quando la fila si ruppe per occupare lo spiazzo, si seguirono lentamente fino alle due pietre sotto la quercia più grande, da dove si vedeva la festa e, oltre, la punta dei monti.
Quest’anno, si era detta Armidda mentre faceva ricadere la collana di corallo sulla camicia bianca, avrebbero finalmente dato corpo ai propri sogni. Aveva ricevuto una proposta di lavoro in una città del continente, per lavorare nello studio di un lontano cugino. Un semplice inizio, una scusa. Non vedeva l’ora di dirglielo, a Nico, che sarebbero finalmente potuti partire, assieme, e cominciare il loro viaggio.

Ma i pensieri si confusero e le parole non riuscirono a uscire. Nico, davanti a lei, aveva in mano un velo chiaro, ricamato alla perfezione, ripiegato in quattro parti. Gliel’aveva dato sua madre quella mattina, mentre lui finiva di sistemarsi il gilet e si metteva il berretto, pronto a uscire. Non c’era stato bisogno di parole, che Nico aveva imparato da sua madre a dirle in silenzio, certe cose. E bastò un sorriso per ringraziarla, mentre pensava ad Armidda.
I due ragazzi si conoscevano da talmente tanto tempo che gli ci volle meno di un attimo per capirsi. Lei, pronta a partire, era rimasta in bilico sull’orlo di un desiderio inespresso. Lui, che aveva sognato di vedere oltre il mare per una vita, aveva accettato di portare avanti il negozio del padre, per essere sicuro di potersi permettere una vita con Armidda. Sposarsi. E rimanere lì, a coltivare i propri sogni fra l’albero sulla collina e il muretto che segna il confine del paese.

Non so cosa disse Nico, non si sa cosa gli rispose Armidda, ma lei ora se ne sta seduta dall’altra parte del mare, su un prato di timo che le profuma il velo ricamato fermato da due spilli, come le aveva insegnato sua nonna.

Armidda, elba barona – timo erba barona

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