[Storie di #voltidipietra] Arkimissa

Dopo che il vento si è placato, abbiamo cominciato ad ascoltare. Questa è la prima storia dei volti di pietra. Questa è la storia di Arkimissa.

Arkimissa

Arkimissa – Polvere e lavanda

Aveva i vestiti che profumavano di terra, la piccola Arkimissa. Da quando aveva cominciato a gattonare sotto le gonne delle vecchie del paese, le sue giornate erano cosparse di polvere, i suoi sogni erano torte di fango. A due anni, senza farselo ripetere, aveva cominciato a correre e non c’era più stato un attimo di pace, per quei poveri genitori. Inseguirla era il cruccio della madre e il gioco preferito del padre, che tornava a sera e ritrovava le forze solo per acchiapparla prima che sparisse oltre la soglia. Ogni sera lei ci provava, ogni sera si ritrovava seduta sulla seggiola di legno, quella piccola che usava suo nonno davanti al camino, con un piatto di minestra davanti.
Era tutto un gioco, per Arkimissa. Anche le mattine con la vicina di casa, che la teneva con sè mentre la madre era al mercato. O i pomeriggi con l’anziana in fondo alla via, a inseguire i gatti in giardino.

A sedici anni il tempo delle corse non era ancora finito, ma Arkimissa aveva imparato a rallentare il passo. Così si ritrovava a camminare svelta davanti alle porte del bar per guardarci dentro dalle finestre giusto il tempo per riconoscere i volti. O a passare più piano all’incrocio davanti alla chiesa, dove la fila dei questuanti era più lunga.
Ma è con l’anziana in fondo alla via, tzia Maria, che aveva capito come dosare la sua corsa. Non la lasciava mai indietro, a tzia Maria, e le porgeva il braccio a ogni gradino, assecondandone il passo ormai zoppo.
Dopo sedici anni di pomeriggi in sua compagnia, la conosceva meglio di sua madre e le teneva la mano nei momenti più tristi. E tzia Maria, dal canto suo, si era ritrovata con una figlia che non aveva mai avuto e un vuoto nel ventre un po’ meno buio.
Non preparava più torte di fango, Arkimissa, ma offriva biscotti e pane. E dava una mano con le faccende, dava da mangiare ai gatti rimasti.
I suoi vestiti, però, tzia Maria non era mai riuscita a farglieli cambiare. Continuavano a sapere di terra e polvere, perché quando usciva da lì Arkimissa correva giù verso il fiume e sollevava nuvole dal sentiero, ci saliva sopra e saltava oltre, sempre più forte, fino a che non era ora di tornare a casa con la prima luna.
E a tzia Maria in fondo andava bene così, non le importava della polvere e neanche degli sguardi della gente, ma in cuor suo non smetteva di chiedersi cosa fosse meglio per la giovane Arkimissa. Abbandonare le corse, alla sua età, era ciò che tutti le chiedevano, ma non sempre le richieste contengono anche saggezza, oltre agli egoismi della gente.

Un pomeriggio, mentre l’aspettava seduta sulla sedia di fronte alla porta, passò lungo la strada un ragazzetto in compagnia di un mulo carico di bisacce. Era coperto di polvere anche lui, come Arkimissa, ma il suo cammino si lasciava dietro passi profumati e sorrisi sui volti delle persone che incrociava. Camminava svelto, come Arkimissa, e nonostante gli stracci che aveva addosso i passanti non lo schernivano. Tzia Maria lo conosceva, un bambino dagli occhi svegli cresciuto schivando le volontà di una madre iperprotettiva e di un padre che lo voleva accasato con l’attività di famiglia. Eppure eccolo lì, fatto di sporcizia e nessun rimpianto, capace di convincere anche loro, quei genitori un tempo forse più testardi, a sorridere mentre con leggerezza imbocca le sue vie e non quelle di altri.
Qual era il suo segreto? Glielo chiese, tzia Maria, che voleva gli stessi sguardi e la stessa libertà per la sua Arkimissa, per slegarla con delicatezza dalle richieste e dagli obblighi di una vita già decisa. E ricevette in cambio un piccolo sacchetto di tela grezza. Solo un sacchetto, neanche una parola.
Lo guardò. Lo annusò. Quel sacchetto sapeva di cotone e lana e niente aveva a che vedere col profumo che ancora aleggiava a mezz’aria, mentre i passanti tornavano sui propri passi. Non capiva, tzia Maria, e ci voleva poco a stizzire questa vecchia che ormai aveva pazienza solo con la giovane. Così tornò in casa senza guardarsi indietro, lasciò il sacchetto sul tavolo della cucina e si rimise seduta, ad aspettare.

Se è vero che l’apparenza inganna, quello era davvero il caso. Arkimissa arrivò, puntuale come ogni giorno, correndo come sempre. Prese la vecchia per il braccio e l’accompagnò dentro. Le preparò un caffè, mise dei dolci su un piatto. E, distrattamente, mentre appoggiava il vassoio con le due tazzine, sfiorò il sacchetto sul tavolo. Mai avrebbe potuto immaginare l’origine di quel profumo e si spaventò, la giovane Arkimissa. Si spaventò e corse fuori, a respirare di nuovo odore di terra e polvere e libertà a cui era abituata. Ma tzia Maria no, lei rimase lì, immobile. Aveva capito il segreto di quel ragazzo che si portava dietro, come Arkimissa, i vestiti pieni della voglia di correre.
Quel sacchetto, colmo di lavanda, non aveva funzionato con lei, ormai vecchia, che si appoggiava allo schienale della sedia per stare in piedi. Con la giovane, invece, la magia di quel fiore viola e profumato mischiato alla polvere era uscita fuori dalla trama della tela con tutta la forza possibile. Il profumo, che passando di narice in narice puliva il cuore e gli occhi della gente da ogni pregiudizio, si riusciva a sentire solo quando era una persona piena di sogni a tenere fra le mani il sacchetto. Non per forza giovane, ma si sa che i giovani sono più propensi a sognare. E Arkimissa, con le sue corse e i suoi vestiti di polvere, con i sogni ci viveva.

Il ragazzo aveva lasciato alla vecchia il regalo più prezioso che Arkimissa potesse desiderare, la possibilità di pacificare la sua voglia di correre con la polvere sui suoi vestiti, per regalare sorrisi ai passanti come se fosse una regina. Lavanda, bastava un pizzico di quella lavanda selvatica, quella che il ragazzo aveva messo nelle mani di tzia Maria, per distogliere gli sguardi da quelle nuvole di finissima terra sulla casacca. Per tenersi stretta la fonte della felicità senza preoccupazioni. Correre. Senza dover inseguire desideri di altri, ma solo i propri.
E lo capì anche lei, dopo che finì la paura, dopo che la curiosità la riportò dentro casa, a guardare quel nuovo sorriso sul volto di tzia Maria.
Per questo, Arkimissa imparò a tenerselo ben stretto, quel minuscolo sacchetto di tela. Tzia Maria le cucì una tasca speciale, lì sotto la blusa, e continuò a vederla correre per molti altri anni lasciandosi dietro passi di profumo e nuvole di polvere e i sorrisi della gente.

Solo quando era ormai vecchia e stanca di correre, che di cose ne aveva viste tante, Arkimissa si fermò un attimo all’ombra dei cespugli di lavanda e si addormentò. Riposa, ora, ancora libera. E mentre ti racconta la sua storia te lo fa sentire, il suo profumo. Se chiudi gli occhi.

Arkimissa – lavanda selvatica

2 Responses to “[Storie di #voltidipietra] Arkimissa”

  1. Emiliana giugno 18, 2014 4:35 #

    Grazie per questa bellissima storia. Oggi ci voleva. :)

    • Serena giugno 18, 2014 4:48
      #

      Emiliana grazie a te! :)

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