[storie di volti di pietra] Il vento.

Oggi si parla di cose tristi e di cose belle. Non ho mai spiegato come si deve il nome del nostro B&B e probabilmente non ci riuscirò neanche oggi. Nonostante questo, mi è sembrato il giorno migliore per raccontare di un’idea piccola piccola, ma per me molto importante, a cui sto lavorando da qualche tempo.
Riguarda i volti di pietra e il loro significato e di come tutto è iniziato. Il 22 marzo di due anni fa Ca’ Montanaro era ancora una realtà impalpabile e, con una storia ancora tutta da cominciare, ha perso una delle sue colonne portanti. Sono rimasti i sogni, i progetti e i volti. E noi, più testardi di un mulo sardo.

Comincia con un racconto, che pubblico qui in “anteprima”, e finisce con più racconti, che potrete leggere quando sarete ospiti a casa nostra e online, appena finirà la mia lotta con i programmi di grafica.
Lo dedico a Mattiu, mio babbo, che a quei volti ha saputo dare un’anima che probabilmente neanche lui immaginava. O forse si.

Prologo – Il vento

Quando è il momento lo sai, è una cosa che tutti sappiamo riconoscere. Non te ne rendi conto, prima di fare il primo passo, ma quando il piede affonda nella terra allora capisci che non è più tempo d’aspettare.
Per questo, quando è capitato a me ero tutt’altro che pronta.

Era un mattino, il secondo giorno di primavera, quando è arrivato il vento. Ci ha colto di sorpresa, perché il freddo era passato ormai da qualche settimana e tutto sembrava avere l’odore dell’erba che sta per tornare a dare un primo tocco di colore alle colline. Il cielo si era ricoperto di ombre. Le nuvole non lasciavano spazio all’immaginazione, tanto correvano veloci, e nonostante lo sforzo era impossibile aggrapparsi a un appiglio, stringersi a un ramo. Il vento ha travolto tutto, anche noi.
Era un vento strano, di quelli che mai avevamo visto prima. E dire che di vento ne sappiamo, noi che veniamo dall’isola. Lo conosciamo, perché fin da quando siamo piccoli ci tiene compagnia portando a giorni alterni il profumo del monte al mare e quello del mare a noi, stesi sulle rocce. Sono state proprio le rocce ad averci tratto in inganno, perché quelle non si spostano mai. Nel corso degli anni ci avevano abituato a una solidità che non ha trascorsi. Nessuna crepa, nessun punto debole. Inamovibili, segnavano il punto di ritorno dei nostri viaggi ed era facile vederle da lontano. Nessun vento sarebbe riuscite a spostarle, nessun vento avrebbe spostato noi.

Cosa non sapevamo, però, è che le rocce non sono tutte fatte uguali. E che lì fuori, oltre i confini dell’isola, le rocce sono diverse. E anche i venti. Non sapevamo quali tirano, al di là del mare, e cosa succede dopo la tempesta. La tramontana si confonde con lo scirocco e, quando ti aspetti il caldo, i rami cominciano a ghiacciare.
Così, ingenuamente, senza sapere tutto questo, siamo partiti. Noi, la nostra roccia, i nostri venti. Fino a che, tempo di primavera, non è arrivato il freddo.

Ci siamo svegliati qualche settimana più tardi, forse addirittura un paio di mesi. Impossibile tenere conto del tempo quando hai gli occhi chiusi. A quel punto, però, tutto era diverso. Non c’era più il vento e non c’era più il ghiaccio, ma solo qualche piccolo mulinello di foglie e i primi fiori dell’anno. E noi, storditi, lì per lì non ci siamo resi conto del vero cambiamento, tanto presi a rimetterci in piedi e a controllare che fosse tutto a posto, mani, piedi, occhi.
La roccia. Non c’era più.

All’inizio l’ho presa come una maledizione, d’altra parte non avevo mai vissuto senza potermi appoggiare a una roccia, prima. Ha sempre fatto parte del giorno, del paesaggio, della vita. È stato solo qualche tempo dopo che ho cominciato a cambiare idea. La sera del secondo giorno d’estate, quando il caldo tiepido rende i pensieri più docili e i ricordi meno scuri. Camminavo in giardino, l’erba ormai era alta, il cielo limpido con quella prima stella sul profilo dei monti. Giravo in questo mondo, lontano dal mio, senza dare peso al lavoro degli occhi che ancora dovevano abituarsi a tutto ciò che era nuovo. Per questo, forse, non ci avevo fatto caso prima. Una macchia bianca sotto la quercia, una specie di buco nero al contrario, un buco bianco che buttava fuori luce. Mi sono fatta coraggio, prima un passo, due, cinque.
Un pezzo di roccia. Chissà cosa mi ero aspettata.

L’ho lasciato lì fino alla sera dopo, che crederci al primo tentativo mi avrebbe tolto il respiro, lo sapevo. Com’era possibile che fosse arrivato fino a lì, quel piccolo pezzetto? Ho passato l’intera giornata successiva a pensarci. Che forma aveva? Non l’hai guardata bene, vero? Non la sapresti descrivere. Ma c’era sul serio?
Mi sono tenuta compagnia per ore con i pensieri, trascinandomi lungo il giorno per aspettare che la stella spuntasse di nuovo, lì sopra i monti. E solo allora, quando finalmente ero pronta, sono tornata sotto la quercia, con un po’ di fiato in più e meno paura. Mi sono seduta sulla terra e mi sono girata a guardare. L’ho fissata senza fretta, solo per rendermi conto che non era la roccia, a guardarmi, ma due occhi scavati nel granito.
“Chi sei?”, ho chiesto, senza avere risposta. Perché la bocca, scavata anche lei, non poteva parlare. Non finchè non avessi capito, spezzando quell’immobilità millenaria. Così, sera dopo sera, io e quegli occhi pieni di storia ci siamo fissati, raccontandoci cose che non potevamo sentire, fino a che non è arrivato il momento.
Gli occhi di granito avevano provato a dirmelo fin dall’inizio, che non era un pezzo di roccia qualunque, quella che avevo ritrovato in quel giardino. Ma un frammento della mia, quella andata perduta nella tempesta. Giusto un pezzetto, ma a toccarlo sapeva di casa, di venti conosciuti, di mare. E ad ascoltarlo, sembrava quasi parlasse. E infatti parlò, quel volto di pietra. Raccontò storie. Storie lontane, di persone perse nel tempo, ognuna trasformata in pietra per i suoi motivi. E le ho ascoltate tutte, quelle storie, per ritrovare le pietre e i personaggi lì, sparsi in giardino, fra la quercia e lo steccato. Una dopo l’altra. Sera dopo sera.

Quando capisci come fare, basta saper ascoltare.

Volti di pietra acquarello

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5 Responses to “[storie di volti di pietra] Il vento.”

  1. Giacomo aprile 3, 2014 1:20 #

    Bellissimo racconto! complimenti.

    • Serena aprile 3, 2014 2:05
      #

      Grazie Giacomo!

  2. raffaella settembre 27, 2014 9:54 #

    complimenti. emozionante.

Trackbacks/Pingbacks

  1. [Storie di #voltidipietra] Arkimissa | Volti di Pietra B&B - giugno 7, 2014

    […] che il vento si è placato, abbiamo cominciato ad ascoltare. Questa è la prima storia dei volti di pietra. […]

  2. Esorcizzare. | 2 + 1 (+1) - marzo 22, 2016

    […] Ogni anno ho il mio modo per esorcizzare la tristezza e quest’anno ho fatto le cose in grande. Ho scelto di farmi distrarre da calci e ondate di quella che potremmo chiamare “eccessiva vitalità prenatale”. Ho deciso di visitare un caseificio. A Copenhagen. Che non sarà sardo, ma in fondo mi riporta comunque alle origini e, per questo, mi sembra una cosa bella. Ho deciso di rimanere un po’ a guardare i ranuncoli sulla tavola che, scopro ora, stanno a significare bellezza malinconica. Ho fatto in modo che questo fosse un periodo pieno. Non una sola giornata. E, ormai è un po’ una tradizione, rileggo cosa ho scritto due anni fa, quando per esorcizzare ho lasciato che il vento tornasse a spazzare via i pensieri. Il racconto è qui, a chi va di leggerlo: Il vento. […]

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